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Google Chrome sta testando una nuova funzione per gestire facilmente la propria attività web

Author: Alessio Fasano Agemobile

L’app Chrome per iOS e per Android si è aggiornata nelle scorse settimane introducendo alcune novità tecniche: oltre al giochino del dinosauro quando siamo offline, è stato implementato un lettore di codici QR integrato nel browser che vi permetterà di eliminare eventuali barcode scanner presenti sul vostro iPhone. Per quanto riguarda Chrome per Android continuano i rilasci di una nuove versioni beta. Oggi parliamo di privacy.

Google sta testando una nuova funzionalità in Chrome che consentirà agli utenti di gestire più facilmente la propria attività web. La nuova funzionalità si chiama Memories ed è attualmente disponibile in Chrome Canary. Memories mostrerà l’attività web di un utente di Chrome in un unico posto; la funzione è diversa dalla semplice gestione della cronologia di navigazione. La pagina includerà elementi come segnalibri, gruppi di schede e cronologia di Chrome.

In realtà non si tratta di una novità assoluta perché gli utenti più esperti accedono già a questo tipo di informazioni tramite l’opzione Attività web e app, ma la nuova impostazione Memories semplifica notevolmente la gestione delle informazioni, perché è molto più facile trovarle.

La funzione Ricordi di Chrome è disponibile solo nel canale Canary e deve essere abilitata manualmente digitando il comando chrome://flags nella barra degli URL, cercando la voce “memories” e attivando il flag.

Ricordiamo alcune delle funzionalità di Chrome per Android:

  • Naviga velocemente e digita meno. Scegli tra i risultati di ricerca personalizzati che appaiono mentre digiti ed esplora pagine web già visitate in precedenza. Completa velocemente i moduli grazie alla funzione Compilazione automatica.
  • Navigazione in incognito. Ricorri alla modalità di navigazione in incognito per esplorare il Web, senza lasciare tracce nella cronologia del browser. Puoi navigare in privato da tutti i tuoi dispositivi.
  • Sincronizzare Chrome su più dispositivi. Quando accedi a Chrome, i tuoi Preferiti, le password e le impostazioni verranno automaticamente sincronizzati su tutti i tuoi dispositivi. Potrai accedere con facilità a tutte le tue informazioni dal tuo telefono, tablet o laptop.
  • Tutti i tuoi contenuti preferiti accessibili con un solo tocco. Con Chrome puoi non solo ottimizzare la tua esperienza di ricerca in Ricerca Google, ma anche accedere ai tuoi contenuti preferiti con un semplice tocco. Dalla pagina Nuova scheda puoi accedere direttamente ai siti di notizie o ai social media preferiti. Tutte le pagine web in Chrome sono provviste della funzione “Tocca per cercare” con cui, senza mai abbandonare la pagina, puoi toccare una parola o una frase per iniziare una ricerca in Google.
  • Proteggi il tuo telefono con Navigazione sicura di Google. Chrome è integrato con la funzione Navigazione sicura di Google. Protegge il tuo telefono mostrando avvisi se tenti di visitare siti pericolosi o scaricare file dannosi.
  • Download veloci e visualizzazione di pagine web e video offline. Chrome è provvisto di un pulsante di download dedicato, che ti consente di scaricare video, immagini e intere pagine web con un semplice tocco. Chrome propone anche una pagina interna per i download cui puoi accedere anche quando sei offline per visualizzarne i contenuti. 

Potete scaricare Chrome per Android cliccando su questo badge:

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Samsung Galaxy Z Tab, con display flessibile in 3, supporterà la S Pen ed esordirà nel Q1 2022

Author: Lorenzo Spada Android Blog Italia

Con l’evoluzione sempre più massiccia del mercato degli smartphone flessibili, Samsung sta cercando di prenderne la guida in maniera salda lanciando non uno, non due ma ben tre diversi modelli nel corso del prossimo futuro. Mentre due di essi saranno iterazioni degli attuali modelli (Z Fold3 e Z Flip2), il terzo dovrebbe essere il Samsung Galaxy Z Tab con uno speciale display flessibile in grado di piegarsi in 3.

Del Samsung Galaxy Z Tab non sappiamo ancora praticamente nulla relativamente alle caratteristiche tecniche o al design ma solo che potrà contare su un display in grado di piegarsi in 3. Molto probabilmente con questo dispositivo si avrà un balzo ancora più netto nelle dimensioni del display rispetto a quanto si ha attualmente coil Galaxy Z Fold2 che da 6 pollici viene aperto fino a diventare 7,8 pollici.

Ad ogni modo, il blogger indiano Yogesh nelle ultime ore ha affermato che il prodotto includerà anche il supporto per la S Pen di nuova generazione con supporto Bluetooth, la stessa che sarà presente con il prossimo Galaxy Z Fold3.

Oltre a ciò, Samsung introdurrà anche un vetro ultrasottile di prossima generazione – ironicamente più spesso e presumibilmente più resistente del vetro presente sugli attuali Galaxy Z Fold e Flip – che coprirà il display.

Questo ci porta alla finestra di lancio. Precedenti speculazioni da fonti anonime indicavano che il Samsung Galaxy Z Tab sarebbe stato annunciato entro la fine dell’anno ma nuove voci indicano che la presentazione potrebbe avvenire nel primo trimestre del prossimo anno.

In attesa di avere maggiori informazioni sul Samsung Galaxy Z Tab e sulla sua tecnologia di display flessibile, vi vogliamo ricordare che la presentazione di Galaxy Z Fold3 e Z Flip2 è attesa nel mese di agosto e andrà a sostituire quella della serie Galaxy Note.

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Energia

Quasi il 40% di emissioni di CO2 in meno dal trasporto su strada al 2030

Author: stefania Rinnovabili.it

Analisi dell’Ispra. Si passa da 97 milioni di tonnellate nel 2019 a 59 milioni 11 anni dopo, scendendo fino a 22 milioni nel 2050, quando i consumi di carburanti diminuiranno del 60%, soprattutto il diesel. Il settore dei trasporti rappresenta un quarto delle emissioni, e di questo pezzo quelle su strada superano il 90%

trasporto su strada
Foto di Free-Photos da Pixabay

di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – Al 2030 le emissioni di CO2 del trasporto su strada diminuiscono del 39% rispetto al 2019, passando da circa 97 a 59 milioni di tonnellate; in una previsione fino al 2050, c’è un’ulteriore riduzione che porta le emissioni a 22 milioni di tonnellate. Questo quello che emerge dalla presentazione del focus sui trasporti su strada messo a punto dall’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), diffuso oggi nel corso dell’evento on-line – ‘Andamento delle emissioni in atmosfera e scenari emissivi in Italia’ – dedicato allo stato nazionale delle emissioni di gas serra.

Quello che ci si aspetta di qui al 2050 è una riduzione dei consumi di carburante, con una diminuzione pari al 60%; in particolare si prevede una “forte contrazione” del diesel che dovrebbe passare dal 60% del 2019 all’8% del 2050. A fronte di questo calo, emerge “un ricorso crescente al metano e ai combustibili alternativi”.

In generale il settore dei trasporti in Italia è in linea con la media europea: è responsabile di quasi un quarto delle emissioni di gas serra (il 23,4% delle emissioni nazionali totali di CO2 equivalente); ma oltre il 90% (il 92,6% per la precisione) è attribuibile alle emissioni prodotte dal trasporto su strada. In questo caso, l’origine dei gas serra proviene per il 69% dalle auto, per il 25% dal traffico delle merci, per il 3% dagli autobus e un altro 3% dalle due ruote. Rispetto al 1990 il trasporto su strada – viene spiegato – mostra “un aumento delle emissioni di gas serra del 3,9%”.

Leggi anche Consiglio UE dei Trasporti: è tempo di investire sulle rotaie

Nel 2019 il trasporto su strada è la principale fonte di emissione di ossidi di azoto con il 40,3 % del totale emesso a livello nazionale, nonostante dal 1990 registri una riduzione del 74,6%. Le emissioni di particolato fine (le polveri sottili) derivanti dal trasporto stradale dal 1990 al 2019 si riducono del 73,5%, rappresentando nel 2019 il 10,1% del totale emesso a livello nazionale. Riguardo al monossido di carbonio, dal 1990 le emissioni si riducono del 92,1%, rappresentando nel 2019 il 18,7% del totale emesso a livello nazionale. “Nonostante negli anni più recenti ci sia stato un maggior ricorso alle alimentazioni alternative, queste non assumono ancora un peso rilevante sul totale – conclude l’Ispra – nel 2019 il peso preponderante è ancora dei carburanti fossili; i consumi di gasolio e benzina rappresentano circa l’88% del consumo totale su strada”.

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Tecnologia

Ecco la nuova fisica che potrebbe essere dietro l’angolo

Author: Sandro Iannaccone Wired

L’anomalia nel valore del momento magnetico dei muoni misurata al Fermilab potrebbe essere l’indizio dell’esistenza di una forza della natura o di particelle che ancora non conosciamo. Oppure, più banalmente, potrebbe trattarsi di un errore

Muoni
(Foto: Reidar Hahn/Fermilab)

L’8 aprile scorso la collaborazione di fisici dell’esperimento Muon g-2, condotto al Fermilab di Chicago, ha annunciato di aver osservato un’anomalia nel comportamento di un particolare tipo di particelle subatomiche, i muoni. La dichiarazione, attesa da tempo (i dati sono stati raccolti nel 2018 e ci sono voluti tre anni per completarne l’analisi) ha provocato un forte scossone nella comunità scientifica, dal momento che l’anomalia, qualora fosse confermata, potrebbe implicare l’esistenza di una nuova fisica non contemplata dal Modello standard delle particelle elementari, l’impianto teorico che contiene la descrizione e il comportamento di tutte le particelle al momento note alla scienza. Le reazioni non si sono fatte attendere: appena pochi giorni dopo l’annuncio, sul portale ArXiv (il server della Cornell University che ospita gli articoli scientifici prima della loro pubblicazione su rivista) sono stati caricati oltre 30 articoli teorici che cercano di spiegare il risultato, chiamando in causa, tra le altre cose, nuove forze della natura e nuove particelle dai nomi esotici come fakeoni e fotoni oscuri.

I protagonisti della vicenda

Per fare ordine in questa storia bisogna partire da lontano. I muoni sono delle particelle elementari prodotte, in natura, dall’interazione dei raggi cosmici con l’atmosfera terrestre e considerate i cugini pesanti degli elettroni: hanno la loro stessa carica elettrica (negativa), ma sono 207 volte più pesanti; sono piuttosto instabili, e decadono radioattivamente in elettroni e altre particelle superleggere (i neutrini) in poco più di 2 milionesimi di secondo.

Sono stati scoperti nel 1936 da Carl David Anderson e Seth Neddermeyer, in modo abbastanza inatteso (si dice che il fisico Isaac Rabi, premio Nobel nel 1944, commentò la scoperta esclamando “E questi chi li ha ordinati?”), e per diverso tempo in molti ne hanno minimizzato l’importanza, pensando che non avrebbero avuto un ruolo di spicco nel palcoscenico della fisica delle particelle. Non è stato così: tra le proprietà dei muoni, infatti, c’è il cosiddetto fattore giromagnetico, una grandezza che si indica con la lettera g e che misura la loro interazione con un campo magnetico esterno. Quando sono immersi in un campo magnetico, infatti, i muoni si comportano come piccole calamite, che si muovono – o più correttamente precedono – come farebbe l’asse di rotazione di una trottola in movimento.

Ora, una delle tante bizzarrie della meccanica quantistica è quella relativa al vuoto: nel mondo microscopico il vuoto non è mai realmente vuoto, ma popolato da particelle virtuali che appaiono e scompaiono di continuo, per cui ogni particella è costantemente circondata da un entourage di altre particelle, che ne influenza il comportamento. Stando alle previsioni della teoria, il fattore giromagnetico g di un muone solitario dovrebbe avere un valore pari a 2; ma dal momento che un muone non è mai solo, la formula deve essere corretta per tener conto del suo entourage: è per questo motivo che il fattore giromagnetico del muone è leggermente superiore a 2, ed è proprio questo fenomeno che dà il nome all’esperimento. Muon g-2 è il tentativo di misurare la discrepanza del valore di g rispetto alle previsioni: l’entità della deviazione di g ci dà in qualche modo una misura di quello che ancora non sappiamo.

Gli esperimenti: Brookhaven e Fermilab

Muon g-2, tra l’altro, non è il primo esperimento a provare a misurare il valore del momento magnetico del muone. Negli anni Settanta un esperimento condotto al Cern e guidato dal fisico Emilio Picasso misurò il g-2 del muone con precisoine non ancora sufficiente per cercare segnali di nuova fisica. Poi, nel 2001, Chris Polly e colleghi, allora in forze al Brookhaven National Laboratory, avevano cercato di farlo usando lo Alternating Gradient Synchrotron, un acceleratore di particelle in grado di creare fasci di muoni e spedirli in un anello in cui erano posti magneti superconduttori. E anche all’epoca, effettivamente, il valore misurato risultò essere diverso rispetto alle previsioni del Modello standard, ma la significatività statistica del risultato era troppo bassa per poter dichiarare ufficialmente una nuova scoperta.

L’esperimento attuale è iniziato nel 2018 ed è andato molto oltre, con un fascio di fotoni più intenso e con l’obiettivo dichiarato di raccogliere una mole di dati 20 volte superiore rispetto al tentativo precedente (nel frattempo, mentre gli sperimentali si davano da fare con gli acceleratori di particelle, i teorici non sono rimasti con le mani in mano: nel 2020 un gruppo di 170 fisici della cosiddetta Muon g-2 Theory Initiative ha ricalcolato il valore teorico di g, confermando la discrepanza rilevata a Brookhaven).

I risultati sono consistenti con quelli del 2001 e, combinati insieme, permettono di affermare che il valore sperimentale di g dista da quello teorico con una significatività di 4,2 sigma, il che equivale a dire che la probabilità che la misura sia avvenuta per caso è di 1 su 40mila. Molto bassa, certo, ma non ancora abbastanza: per dare l’ufficialità a una scoperta “oltre ogni ragionevole dubbio” la comunità scientifica, infatti, richiede una significatività di 5 sigma, corrispondente a una probabilità di errore di 1 su 2 milioni. Per arrivarci bisognerà aspettare ancora un po’: “Il risultato che abbiamo appena annunciato”, ci ha spiegato Graziano Venanzoni, ricercatore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e co-portavoce dell’esperimento, “è relativo al 6% dei dati che verranno prodotti. Al momento abbiamo già acquisito i dati della seconda e della terza run, eseguite tra il 2019 e il 2020, e tra un paio d’anni dovrebbe essere pronta la loro analisi. Con queste nuove informazioni ci aspettiamo di ridurre l’incertezza di un fattore 2, ottenendo così una misura di g ancora più precisa”.

Altri calcoli (teorici)

Prima di illustrare gli scenari aperti dalla scoperta, bisogna segnalare, tra le tante reazioni della comunità, quella della Budapest-Marseille-Wuppertal Collaboration (Bmw), una collaborazione di fisici che hanno usato un altro metodo per calcolare (teoricamente) le interazioni del muone con il campo magnetico. Come spiega su The Conversation il coordinatore Zoltan Fodor, della Penn State University, la discrepanza del valore teorico e quello sperimentale di g, sostanzialmente, apre tre possibilità: prima, è la previsione teorica a non essere corretta; seconda, è il valore sperimentale a non essere corretto; terza (quella più intrigante), c’è una forza della natura che ancora non conosciamo. Mentre al Fermilab si concentravano sulla seconda possibilità, raffinando la misura sperimentale di g, l’équipe di Fodor ha scelto di perseguire la prima strada, cercando un modo alternativo per ricalcolare il valore teorico del momento magnetico.

In generale, le quattro interazioni che conosciamo al momento sono la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, l’interazione debole, responsabile dei decadimenti radioattivi, e l’interazione forte, che tiene insieme neutroni e protoni nei nuclei degli atomi. A parte la forza gravitazionale il cui contributo è trascurabile, le altre forze contribuiscono al momento magnetico del muone: oggi conosciamo con grande precisione i contributi che vengono dall’interazione debole e dall’elettromagnetismo, ma calcolare il contributo dell’interazione forte (il cosiddetto leading order hadronic vacuum polarization) è molto più complicato. Per farlo, i fisici si sono serviti fino a questo momento di un approccio misto, sia teorico che sperimentale: raccolgono i dati delle collisioni tra elettroni e positroni e li usano per misurare il contributo dell’interazione forte al momento magnetico del muone.

Fodor e colleghi hanno messo a punto un approccio alternativo, che ricorda molto quello usato per le previsioni del tempo, in cui i dati di temperatura, velocità del vento e pressione raccolti dagli aerei in punti precisi dell’atmosfera terrestre vengono posti in una griglia spaziale e quindi usati nelle equazioni che prevedono l’evoluzione del meteo: allo stesso modo, i fisici della collaborazione Bmw hanno inserito le equazioni base dell’interazione forte in un reticolo spaziotemporale e usato i processori di diversi supercomputer di tutta Europa per calcolare il contributo dell’interazione forte al momento magnetico. Così facendo, hanno prodotto una stima di g che sembra essere consistente con il valore sperimentale misurato a Brookhaven prima e al Fermilab poi. O almeno più consistente rispetto a quello prodotto dai modelli teorici tradizionali: “Se i nostri calcoli fossero corretti”, conclude Fodor, “il gap tra la teoria e le misure sperimentali si chiuderebbe, e con lui anche la possibilità di una nuova fisica dietro questi esperimenti”. I risultati del gruppo di Fodor sono stati pubblicati in una lettera su Nature.

Quale nuova fisica ci aspettiamo?

È proprio a proposito di questo che chiediamo, come prima cosa, spiegazioni a Venanzoni. “Siamo estremamente contenti di tutte le reazioni suscitate dal nostro lavoro”, ci racconta. “La scienza funziona così, per piccoli avanzamenti continui. Le conclusioni del nostro esperimento, sulle quali mi sento molto fiducioso, fanno riferimento alla teoria standard; se si apre uno scenario in cui ci sono nuove previsioni teoriche, ben venga: ora la palla passa ai fisici teorici, che dovranno verificare i calcoli e stabilire quali sono quelli più giusti. In ogni caso, in capo a un paio d’anni dovrebbe essere pronta anche l’analisi dei nuovi dati, con una statistica quattro volte superiore rispetto a quella che abbiamo analizzato oggi: a quel punto potremmo sapere con maggior certezza. Siamo in una fase molto elettrizzante, in cui si possono aprire diversi scenari”.

Fatte tutte queste premesse, arriviamo finalmente alla questione più interessante: se la discrepanza dovesse essere confermata, quale nuova fisica potrebbe arrivare? Quello che sperano i fisici è un significativo passo avanti rispetto al Modello standard, una teoria solidissima che però ha alcuni limiti: “Il Modello standard è uno splendido 50enne che dimostra non più di vent’anni”, spiega Venanzoni, “dal momento che quasi tutte le sue previsioni sono puntualmente confermate dagli esperimenti. Tuttavia, ci sono ancora degli aspetti poco chiari e problematici. Uno di questi, per esempio, sta nel fatto che il Modello standard ci presenta i costituenti fondamentali della materia in tre diverse famiglie (elettrone, muone e tau, con i relativi neutrini) del tutto identiche se non per la massa; queste tre famiglie si replicano anche per i quark. In aggiunta, il modello comprende anche i mediatori di tre delle forze che conosciamo (la gravità, in questo momento, è ancora esclusa)”. Ma, aggiunge Venenzoni“il problema è che il modello non ci dice niente sul motivo per cui debbano esistere tre famiglie: la misura di g potrebbe aiutare proprio a capire perché il muone è una copia esatta dell’elettrone ma con una massa diversa, perché c’è bisogno della sua esistenza nell’universo, e se esistono altri gradi di libertà della teoria in cui le famiglie possono essere unificate, ossia un’altra prospettiva rispetto alla quale elettroni e muoni sono la stessa particella. È per questo che i muoni sono così importanti”.

Modello Standard
Schema del Modello Standard (Immagine: Kush/Wikimedia Commons)

Un’altra delle piccole crepe del Modello standard sta nel fatto che non prevede l’esistenza della sfuggente materia oscura e dell’ancora più sfuggente energia oscura: cosa sono realmente? Perché esistono? “Questo è un problema molto complesso, e ancora aperto”, commenta lo scienziato. “Qualcuno ha provato a spiegarlo attraverso una modifica della gravità; potrebbero anche esserci nuove particelle, o nuove forze, la cui esistenza ancora ci sfugge. Ancora una volta, la risposta a tutte queste domande potrebbe arrivare proprio da g-2, che in questo senso è una specie di sonda che ci porta a comprendere la nuova fisica”. Tra tutte le idee proposte per spiegare la discrepanza osservata, Venanzoni cita per esempio la supersimmetria, una teoria che prevede che ogni particella abbia un suo corrispettivo simmetrico con massa diversa, e l’esistenza dei cosiddetti leptoquark, particelle ipotetiche che potrebbero interagire con quark e leptoni. Ma, al momento, si tratta solo di ipotesi: mentre al Fermilab analizzeranno i nuovi dati, toccherà ai teorici cercare di sbrogliare la matassa. Che si preannuncia parecchio intricata.

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Starfield presentato all’E3 2021, secondo un altro piccolo indizio

Starfield potrebbe essere presentato all’E3 2021 in maniera più completa ed esaustiva, a questo punterebbe un altro indizio che però al momento resta molto flebile.

Sulla presenza del nuovo gioco Bethesda all’E3 2021 ha puntato anche Jeff Grubb nei giorni scorsi, mentre secondo molti Starfield potrebbe addirittura uscire nel corso del 2021, dopo qualche mese dalla sua presentazione vera e propria. Sebbene del titolo non si sia visto praticamente nulla, Bethesda non è nuova a lanci sorprendentemente vicini alle prime presentazioni, come successo anche con Fallout 4.

Attenzione che in questo caso siamo veramente nell’ambito delle speculazioni più ardite, ma i fatti da cui partono sembrano piuttosto convincenti: il tutto è stato rilevato dallo youtuber Skullzi TV, il quale dedica gran parte dei video sul suo canale proprio a notizie e voci di corridoio su Bethesda, dunque si può considerare uno specialista in questo particolare segmento di news.

Il personaggio in questione ha rintracciato un messaggio scritto da Heather Cerlan in occasione della sua uscita da Bethesda Game Studios. Si tratta di una Envirnoment Artist, ovvero un’illustratrice e designer specializzata nella progettazione di ambientazioni, che ha lavorato a Starfield e ha lasciato di recente Bethesda per seguire altri lavori.

Nel messaggio di saluto, che a dire il vero non siamo riusciti a rintracciare online ma che sembra autentico, ringrazia i suoi colleghi di Bethesda dopo aver “lavorato a Starfield per gli ultimi 3 anni”, sostenendo anche che “stanno facendo cose ambiziose e auguro loro tutto il successo dell’universo”.

In risposta al messaggio è intervenuto Christopher Ondrus, senior producer di Bethesda, il quale ha riferito “Buona fortuna! Spero di vederti all’E3!” Questo potrebbe essere l’indizio che punta a Starfield presente all’E3 2021, anche se è chiaro come sia decisamente vago e flebile. D’altra parte, considerando che l’E3 2021 non sarà in presenza, anche la risposta di Ondrus è piuttosto strana, ma potrebbe essere un modo per rimandare a un evento che riguarda entrambi, dunque ci potrebbe essere effettivamente qualcosa previsto per l’E3 2021, che ricordiamo si terrà dal 12 al 15 giugno 2021 in digitale.

Author: Multiplayer.it